Pasta, carbonio e imballaggi: lo studio che cambia la prospettiva

Un nuovo studio dell’Università della Tuscia mette sotto la lente l’intero ciclo di vita della pasta biologica secca, dal campo alla tavola, con un’attenzione particolare anche al ruolo del packaging. Il lavoro analizza la “cradle-to-grave carbon footprint” di 1 kg di pasta di semola di grano duro biologico, confezionata in sacchetti da 0,5 kg in polipropilene, prodotta in un pastificio del Sud Italia nel biennio 2016-2017.

Il risultato più interessante, anche per il mondo del packaging, è che l’impatto climatico non si concentra solo nei campi: se la fase agricola pesa molto nella carbon footprint business-to-business (fino a oltre la metà del totale), quando si considera l’intero percorso fino al consumo domestico il vero hotspot diventa la fase d’uso. Preparare 1 kg di pasta richiede in modo convenzionale circa 10 litri d’acqua e 2,3 kWh di energia per la cottura: tra uso di gas/energia elettrica e sprechi alimentari, questa fase domina l’impronta complessiva, che arriva a circa 1,8 kg COe per kg di pasta pronta.

Gli imballaggi, però, non sono affatto neutri. Lo studio confronta diversi formati: sacchetti da 0,5 kg in PP, scatole in cartoncino e sacchi da 3 kg in PE per il catering. A parità di prodotto, la combinazione forma/formato incide fino a circa il +15% rispetto allo scenario migliore. Le confezioni più efficienti sono quelle per pasta lunga in sacchi da 3 kg in PE, grazie a una densità di riempimento più elevata e a un uso relativamente ridotto di materiale e logistica per kg di prodotto. Al contrario, le scatole in cartoncino da 0,5 kg, pur più “premiate” dalla percezione del consumatore, aumentano sensibilmente l’impronta per unità di pasta confezionata.

Interessante anche il ruolo del fine vita: il recupero delle frazioni fibrose e degli scarti di lavorazione come mangime animale genera crediti di CO che compensano una parte delle emissioni, mentre una buona gestione del riciclo di plastica, carta e pallet riduce ulteriormente l’impatto della fase imballaggio.

Lo studio propone anche scenari di mitigazione: pratiche di cottura più eco-efficienti (meno acqua, potenze più basse, coperchi e tempi ottimizzati), uso di grano duro da sistemi colturali meno impattanti, ricorso a fonti rinnovabili per energia termica ed elettrica e logistica più corta e più “leggera” (shift da gomma a ferrovia o nave). Combinando queste leve, è possibile ridurre l’impronta di carbonio della pasta fino a oltre il 50–60%.

Per il mondo del packaging sostenibile, il messaggio è chiaro: la scelta del formato e del materiale conta, ma dà il meglio quando è inserita in una strategia di filiera che parte dal campo, passa per l’energia e arriva fino ai fornelli di casa.

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